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Diagnosi energetica obbligatoria: i dati ENEA 2025 e come prepararsi al 2027

Ottobre 6, 2026

Diagnosi energetica obbligatoria: cosa dicono i dati ENEA 2025 e perché conviene prepararsi ora alla scadenza del 2027

Il 1° ottobre 2026 ENEA ha presentato in un webinar i risultati del suo ultimo report sulle diagnosi energetiche trasmesse alla scadenza del 5 dicembre 2025, ai sensi dell’art. 8, commi 1 e 3, del D.Lgs. 102/2014. Il documento, pubblicato a luglio, fotografa a dieci anni dall’introduzione dell’obbligo come le imprese italiane affrontano la diagnosi energetica obbligatoria e, soprattutto, quanto risparmio resta ancora sul tavolo.

Per le aziende il tema è attuale per due ragioni. La prima è che il 5 dicembre 2027 si apre il quarto ciclo quadriennale di diagnosi: migliaia di grandi imprese ed energivori dovranno presentare una nuova diagnosi, basata sui consumi del 2026, cioè sull’anno in corso. La seconda è che la nuova Direttiva Efficienza Energetica sta per cambiare le regole del gioco, allargando la platea dei soggetti coinvolti. Vediamo cosa emerge dai dati e cosa conviene fare adesso.

I numeri della scadenza 2025

Dal 2015 a oggi ENEA ha raccolto sul portale Audit102 oltre 40.000 diagnosi energetiche. Il 2025 era un anno intermedio del terzo ciclo, quindi i volumi sono contenuti: 671 diagnosi trasmesse da 438 soggetti obbligati, per circa l’80% grandi imprese e per il resto imprese a forte consumo di energia.

Negli anni intermedi entrano soprattutto aziende di nuova costituzione o imprese che hanno superato nel frattempo le soglie dimensionali o di consumo. Il dato più interessante, però, è un altro: ENEA rileva che sempre più aziende caricano la diagnosi anche quando non sono obbligate, aggiornandola per scelta. È il segnale che, almeno per le imprese più strutturate, la diagnosi è passata da adempimento burocratico a strumento di gestione.

La Lombardia si conferma tra le regioni più coinvolte: per la scadenza 2025 vi sono state redatte quasi 200 diagnosi, circa una su tre del totale nazionale.

Il risparmio che le imprese stanno lasciando sul tavolo

Il cuore del report è l’analisi degli interventi di efficienza energetica. Le diagnosi presentate nel 2025 documentano due cose diverse.

Da un lato ci sono 390 interventi già realizzati nel quadriennio precedente, che hanno generato un risparmio di 29,7 ktep/anno di energia primaria. Dall’altro ci sono 2.070 interventi individuati dalle diagnosi ma non ancora realizzati, che varrebbero 68,2 ktep/anno: più del doppio.

Il settore manifatturiero è il protagonista assoluto: concentra l’86% degli interventi realizzati e quasi due terzi di quelli individuati, con l’industria alimentare, la meccanica e la metallurgia in testa. Il risparmio potenziale riguarda per il 56% l’energia elettrica e per il 13% il gas naturale.

Le aree con più interventi individuati sono quelle che chi lavora in azienda conosce bene: la gestione e il monitoraggio dei consumi, l’autoproduzione da fonti rinnovabili, l’aria compressa e l’illuminazione. Sono aree in cui, secondo i valori medi rilevati da ENEA, gli investimenti sono spesso contenuti e i ritorni rapidi. Per l’aria compressa, ad esempio, il tempo di ritorno medio è di 3,5 anni con un investimento medio inferiore ai 40.000 euro. Il quadro cambia molto per gli interventi sulle linee produttive o sull’involucro edilizio, dove investimenti e tempi di ritorno crescono in modo significativo.

C’è poi un dettaglio che fa la differenza nella lettura dei numeri: i tempi di ritorno riportati nelle diagnosi sono calcolati senza incentivi e senza attualizzazione. Con gli strumenti di incentivazione oggi disponibili, molti interventi diventano più convenienti di quanto la diagnosi stessa indichi.

La regola del tempo di ritorno: poco investimento, molto risparmio

Tra i dati presentati da ENEA ce n’è uno che ogni imprenditore e ogni direttore finanziario dovrebbe conoscere.

Realizzando solo gli interventi con tempo di ritorno fino a 3 anni, un’impresa otterrebbe circa il 39% del risparmio potenziale con circa un quarto degli investimenti. Allargando agli interventi con ritorno fino a 5 anni, si arriverebbe al 68% del risparmio con meno della metà della spesa complessiva.

Tradotto in termini aziendali: la diagnosi non serve tanto a elencare tutto ciò che si potrebbe fare, quanto a stabilire in quale ordine farlo. Una diagnosi di qualità individua le misure a ritorno rapido, le quantifica con dati misurati e consente di costruire un piano di investimento credibile, anche agli occhi di una banca o di un ente erogatore di incentivi.

ENEA lo sottolinea esplicitamente nel commento alla distribuzione regionale dei risparmi: i risultati dipendono non solo da dove si trovano le imprese obbligate, ma anche dalla qualità delle diagnosi, cioè dalla loro capacità di individuare interventi concreti e di monitorare quelli realizzati.

Chi è obbligato oggi alla diagnosi energetica

Fino al recepimento della nuova direttiva europea, il riferimento resta il D.Lgs. 102/2014. Sono obbligate alla diagnosi energetica ogni quattro anni:

– le grandi imprese, cioè quelle con almeno 250 effettivi, oppure con fatturato superiore a 50 milioni di euro e totale di bilancio superiore a 43 milioni di euro, tenendo conto anche delle imprese associate e collegate (art. 8, comma 1);
– le imprese a forte consumo di energia iscritte negli elenchi della Cassa per i Servizi Energetici e Ambientali (art. 8, comma 3).

A queste si aggiungono le imprese per cui la diagnosi è un prerequisito per le agevolazioni: gli energivori che accedono al meccanismo del DM 256/2024 e le imprese gasivore del DM 541/2021.

Due precisazioni sono importanti. Le grandi imprese certificate UNI CEI EN ISO 50001 possono adempiere tramite la matrice di sistema, mentre per gli energivori serve comunque una diagnosi completa. Inoltre, dal D.Lgs. 73/2020 gli energivori devono realizzare almeno uno degli interventi individuati nella diagnosi, oppure adottare un sistema di gestione dell’energia ISO 50001.

La diagnosi deve essere conforme all’Allegato 2 del D.Lgs. 102/2014 e alle norme della serie UNI CEI EN 16247, e deve essere redatta da un Esperto in Gestione dell’Energia certificato UNI CEI 11339 o da una ESCo certificata UNI CEI 11352. Nel 2025 oltre il 90% delle diagnosi è stato affidato a professionisti esterni all’impresa.

Il mancato adempimento non è privo di conseguenze: l’art. 16 del D.Lgs. 102/2014 prevede sanzioni da 4.000 a 40.000 euro per chi non effettua la diagnosi, e da 2.000 a 20.000 euro per una diagnosi non conforme.

Cosa cambierà con la nuova Direttiva Efficienza Energetica

La Direttiva (UE) 2023/1791 cambia l’impostazione dell’obbligo: non conterà più la dimensione dell’azienda, ma quanta energia consuma. Le soglie previste sono due:

oltre 10 TJ/anno di energia finale, pari a circa 2,8 GWh, scatta l’obbligo di diagnosi energetica ogni quattro anni;
oltre 85 TJ/anno scatta l’obbligo di adottare un sistema di gestione dell’energia.

La direttiva prevede inoltre che le raccomandazioni della diagnosi confluiscano in un piano di attuazione, da rendicontare nella relazione annuale d’impresa. In altre parole, non basterà più fare la diagnosi: bisognerà dimostrare cosa se ne fa.

L’effetto più rilevante riguarda le PMI con consumi importanti, oggi escluse dall’obbligo perché sotto le soglie dimensionali, che potrebbero entrare nella nuova platea. ENEA si sta già preparando: sul portale Audit102 è attiva la nuova funzionalità “Action Plan”, che permette tra l’altro di confrontare i consumi della propria impresa con le soglie della direttiva.

Il recepimento italiano non è ancora avvenuto e fino ad allora resta pienamente in vigore il D.Lgs. 102/2014. Ma per un’azienda che consuma qualche gigawattora all’anno, sapere fin da ora da che parte della soglia si trova è una questione di pianificazione, non di curiosità.

Perché conviene iniziare adesso

La prossima scadenza generale è il 5 dicembre 2027, e può sembrare lontana. Non lo è, per una ragione semplice: la diagnosi del 2027 si baserà sui consumi del 2026, cioè sull’anno che stiamo vivendo. Chi non ha ancora impostato una raccolta dati ordinata, per vettore e per sito, rischia di arrivare alla redazione con dati incompleti o stimati.

Ci sono poi altri elementi che richiedono tempo:

– la definizione dei siti da sottoporre a diagnosi secondo i criteri di campionamento ENEA;
– l’installazione di misuratori o di un sistema di monitoraggio sui principali centri di consumo, come linee produttive, aria compressa e centrale termica;
– la raccolta dei dati di produzione per calcolare gli indicatori di prestazione energetica;
– la documentazione degli interventi realizzati dopo l’ultima diagnosi, con costi e risparmi effettivi.

Muoversi con un anno di anticipo significa arrivare alla scadenza con una diagnosi che non sia solo conforme, ma che diventi un vero piano di investimento, coerente con gli incentivi disponibili e con un eventuale percorso verso la certificazione ISO 50001.